di Luca Testoni, guest blogger e giornalista di EticaNews
Tutti a caccia della formula della sostenibilità. La quale resta una chimera. Da un lato, l'azienda alla ricerca di un modello di gestione e comunicazione della propria strategia di Csr. Dall'altro, gli stakeholder che cercano di comprendere i segreti sostenibili dell'impresa. Al centro, il sistema Paese. Il quale è un po' azienda e un po' stakeholder. E si trova nella necessità di immaginare una misurazione della ricchezza che non sia più solo economica, ma contenga quegli elementi not tangibles, inseguiti come un'Araba Fenice, tramite i quali gli economisti stanno cercando di andare “oltre-il-Pil”, e trovare un fattore che misuri anche il livello di felicità condivisa.
Su questo triangolo, il professor Mario Molteni getta una secchiata di acqua gelata. «Ad oggi – spiega – non esistono indicatori economici, ambientali e sociali che siano comparabili». Come dire: le aziende non forniscono dati che possano essere confrontabili tra loro; gli stakeholder non possono comprendere chi si comporti meglio; il sitema Paese non può avere un aggregato del valore aggiunto felicità prodotto. Ma Molteni, docente dell'Università Cattolica, fondatore di Altis e del Csr Manager Network, aggiunge subito: «È solo il punto di partenza». Nel senso che l'obiettivo, appunto, è quello di fare chiarezza, spazzare vie le ipocrisie, per andare alla ricerca in modo scientifico di parametri che consolidino l'obiettivo condiviso da aziende-stakeholder-Paese.
Molteni guida dallo scorso maggio un gruppo di ricerca nell'ambito di «un progetto – lo definisce con orgoglio - unico a livello internazionale», sviluppato dal Csr Manager Network nientemeno che assieme all'Istat. Una partnership, quindi, tra l’Associazione che riunisce i responsabili delle politiche di sostenibilità delle maggiori imprese italiane (promossa da Altis, Alta Scuola Impresa e Società dell’Università Cattolica di Milano, e Isvi, Istituto per i valori d’impresa), e l'Istituto di statistica nazionale, il quale, sotto la spinta del presidente Enrico Giovannini, sta spendendosi su ogni fronte (anche internazionale) per concretizzare la chimera della misurazione di “Oltre il Pil”.
La prima fase del progetto, dunque, è quella in cui sono stati rimossi i veli d'ignoranza per partire necessariamente da una posizione originaria. Nel progetto sono state coinvolte 12 aziende (Assicurazioni Generali, Autogrill, Bureau Veritas, Enel, Gruppo Hera, Gruppo Sanpellegrino, Gruppo Unipol, Gucci, Holcim Italia, Obiettivo Lavoro, Terna, Vodafone) alle quali sono stati sottoposti 57 criteri del Gri (Global Reporting Initiative, oggi punto di riferimento per la contabilità sostenibile), tra i quali effettuare una prima selezione in base alla rilevanza. Il che ha più che dimezzato il numero: ci sono 22 parametri (vedi lista allegata) ritenuti rilevanti dalle imprese.
Su questi 22 indicatori, poi, ci si è concentrati per valutarne la confrontabilità. Ebbene, altro velo d'ignoranza che sparisce. Una volta passati al setaccio, verificata la variabilità e la varianza, il verdetto è spietato: non c'è possibilità di comparare le performance di sostenibilità delle aziende.
Da questo punto in poi, è cominciata la fase costruttiva del progetto. Ossia, si è invertito l'ordine del percorso. Si è partiti da indici già esistenti, rivelabili e confrontabili, all'interno del paniere dell'Istat. Ne sono stati trovati 14 “affini” agli indicatori Gri, dunque attinenti ai parametri di rendicontazione contabile internazionali. Quindi, questo prezioso tesoretto di indici statistico-sostenibili è stato messo a confronto con i 22 parametri già indicati come “rilevanti” dalle aziende. Ed ecco, dalla sintesi il progetto è uscito con 9 preziosissimi indicatori che soddisfano tre condizioni: sono già statistica (in Istat); sono affini al Gri; sono rilevanti per le aziende.
Su questi “parametri distillati” si lavorerà nella fase due del progetto Csr Network-Istat: uniformare la contabilità aziendale a questi indicatori statistici. «L'obiettivo – riprende Molteni – è quello di allargare il più possibile la base di adesione delle aziende in questa fase di collaborazione diretta con Istat». Del resto, le imprese hanno di fronte l'opportunità di creare uno strumento «destinato a cambiare per tutti il modo di rendicontare e valutare l’impegno reale aziendale sul fronte dell’ambiente, del sociale e dell’etica imprenditoriale facendo emergere in che misura chi produce business contribuisce al benessere del Paese». Non è un caso, rivela Molteni, che «il Gri ci ha chiesto di entrare come gruppo di lavoro».
La riflessione, a questo punto, è sulle aziende. Forse mai come con questo progetto emerge quanto ancora siano distanti la sostenibilità reale e la sostenibilità comunicata. Se, fino a oggi, un'azienda che sceglieva la trasparenza, conservava comunque un ampio margine di gestione delle informazioni, adesso si trova di fronte alla prova del nove. Il progetto avviato ha messo in luce quali sono i nove punti (vedi tabella) che rendono non confrontabile, e quindi di fatto “autoreferenziale” la contabilità Csr. E impossibile un vero giudizio da parte degli stakeholder.
In generale, allo stato attuale, secondo la ricerca, occorre prendere atto che:
- i bilanci di sostenibilità includono molte informazioni, ma solo una parte è considerata rilevante
- alcuni indicatori trovano applicazione (definizione) differente tra aziende operanti in differenti settori, ma anche nel medesimo settore
- le formule utilizzate dalle aziende possono differire significativamente
- le aziende utilizzano indicatori e unità di misura differenti per rendicontare le medesime performance
- le statistiche Istat non coprono tutte le informazioni sulla sostenibilità
Al termine del percorso ci sono le scelte delle aziende. C'è l'opportunità di aggiustare il tiro e dotarsi di strumenti veri, dalla forza dirompente (almeno in termini di attitudine). Perciò, anche dall'approccio a questi paradossi, emergerà in modo chiaro chi ci crede concretamente.
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